Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Power to the People!

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Laura Grattan, Populism’s Power: Radical Grassroots Democracy in America, Oxford University Press, New York, 2016. Scheda recensione per il prossimo numero di Rivista di Storia Politica (1-2019).

Il punto centrale del libro, e un buon motivo per leggerlo, è questo. Nell’ultimo mezzo secolo, almeno da Richard Hofstadter in poi, sostiene Laura Grattan, gli osservatori di matrice accademica liberal hanno lasciato il termine “populismo” alla destra, l’hanno collegato ai movimenti conservatori che sono confluiti nel partito repubblicano o che si sono mossi ai suoi margini estremi – caso ultimo, il Tea Party. Ne hanno fatto una parolaccia, attribuendogli solo caratteri per loro negativi, autoritari, reazionari. Vi hanno visto il desiderio distopico di esprimere la volontà omogenea di un popolo unificato (e un po’ santificato) contro le elite cattive, senza intermediazioni, saltando le strutture della rappresentanza, ignorando la divisione dei poteri. Ovvero, e spesso nello stesso tempo, la spinta ad affermare la supremazia di un popolo puro (di una purezza vicina al nativismo e alla xenofobia) su gruppi minoritari per origine etnica, razziale, religiosa. Stando così le cose, il populismo e i populisti sono stati giudicati un pericolo per la democrazia liberale, persino un annuncio della sua possibile fine.

Grattan parte da un altro punto di vista, che mi sembra ben radicato nell’esperienza storica degli Stati Uniti e nel dibattito storiografico sul caso americano, con alcuni contributi internazionali (dell’argentino Ernesto Laclau per esempio). Per lei la tensione populista è presente fin dalle origini repubblicane e poi democratiche del paese, nei movimenti grassroots che alla repubblica democratica hanno dato vitalità. Si incarna nell’aspirazione dei cittadini a ridefinire continuamente i confini del “cerchio del noi”, i confini di “We the People” in quanto non solo concetto astratto di popolo sovrano ma anche contenitore concreto di specifici gruppi e individui. Si incarna nelle pratiche che cercano di dare efficacia reale all’idea di “sovranità popolare” e di rispondere all’aspirazione dei cittadini a esercitare qualche controllo sulla loro vita e sulle decisioni che li riguardano – tramite forme partecipative che non siano solo verticali, confluenti nella scelta di organi di rappresentanza, ma anche orizzontali, di auto-organizzazione e di community organizing.

Grattan, che aspira a una sistemazione teorica della faccenda, propone la teoria di un “aspirational democratic populism”. E ne individua le tracce in movimenti che hanno mirato soprattutto, sia pure con ambiguità e contraddizioni, a estendere la cittadinanza e i diritti e quindi a democratizzare la vita pubblica, e che in genere si collocano sulla sinistra, non sulla destra dello spettro politico. Sono i movimenti ottocenteschi di agricoltori e lavoratori urbani, compresi quelli che si sono chiamati Populisti con la maiuscola (introducendo così il termine nel lessico corrente), il suffragismo femminile e il femminismo, il sindacalismo del New Deal e il civil rights movement, i movimenti dei migranti e per i gay rights, la New Left e Occupy Wall Street. Le tracce si ritrovano anche in espressioni dell’industria culturale come le canzoni di Leonard Cohen, Bruce Springsteen, John Mellencamp. (In queste pagine, pubblicate all’inizio del 2016, è ovviamente ignorato Bernie Sanders. Per lo stesso motivo è ignorato anche Donald Trump.)

Insomma lo slogan “power to the people” deve avere e in effetti ha un posto legittimo e performativo in un sistema di governo che si vuole miticamente “of the people, by the people, for the people”. Il populismo, i populismi, conclude Laura Grattan (che essendo una politologa ha anche frenesie prescrittive) sono e devono essere una risorsa e non una minaccia per la democrazia radicale. La critica liberal al loro sviluppo caotico, disordinato, rischia di essere uno strumento di validazione della versione “neoliberale” delle istituzioni statuali che tende a “isolare la politica dal controllo popolare”.

 

Categories: Cultura politica, Sistema politico

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