Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Gli americani sono tornati a votare (un po’ più del solito)

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E invece le cifre sono state da record. Secondo i primi calcoli del U.S. Elections Project diretto da Michael McDonald alla University of Florida, ci sono stati quasi 116 milioni di elettori, 30 milioni in più del 2014, i numeri più alti della storia delle midterm elections. D’accordo, con i numeri assoluti si va sul facile, visto che aumenta la popolazione. Ma anche i tassi di partecipazione sono stati altissimi, percentuali che non si vedono da un secolo. Le stime dicono che ha votato il 49,2% della popolazione avente diritto, una dozzina di punti in più rispetto all’ultima volta (quando il turnout fu particolarmente basso, va detto, intorno al 37%). Ma soprattutto mezzo punto in più del picco più recente, il 48,7% del 1966, e pochissimo di meno del picco precedente e record secolare – il 50,4% del 1914.

Sostiene McDonald che i fattori scatenanti del fenomeno, in un periodo in cui non ci sono particolari tensioni sul fronte economico, sono stati tutti politici, così come sono stati politici negli altri due anni di picco del Novecento, il 1914 a ridosso dello scoppio della prima guerra mondiale e il 1966 del civil rights movement. E così quest’anno, dice (e non capisco con quanto buon senso o quanto rigore scientifico), “la sola spiegazione logica” è la presenza di un presidente come Donald Trump che eccita le passioni di chi lo ama e di chi lo odia, e spinge tutti alle urne. Non a caso il contributo maggiore all’incremento del voto è venuto dai democratici, che hanno mirato a contrastarne il potere, a metterlo in difficoltà. Ma per reazione ha contribuito anche il voto dei repubblicani.

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Sources: United States Elections Project. Michael McDonald. 2018: estimate.

I dati presentati dal Washington Post lo confermano. Quest’anno hanno votato 51,7 milioni di democratici, un bel salto in avanti rispetto ai 35,4 milioni del 2014: un salto di oltre 16 milioni. I repubblicani non sono stati da meno, ma un po’ meno: hanno votato in 47,4 milioni, più 7,6 milioni rispetto ai 39,8 milioni del 2014. Da notare che nel 2014 gli elettori repubblicani erano in maggioranza; quest’anno è accaduto il contrario, e in maniera clamorosa. Da notare anche che in una dozzina di stati (ma altri mancano all’appello perché i conteggi non sono finiti) i voti democratici alla Camera sono stati di più dei voti democratici alle elezioni presidenziali del 2016. Cioè, si sono scomodati contro Trump, per interposta persona, in numero superiore di quanto abbiano fatto per Obama, lui in persona.

Quanto l’aumento di partecipazione abbia giocato nelle singole competizioni, nelle varie località, è tutto da vedere. E’ possibile che la straordinaria affluenza alle urne del 55% in Georgia, una ventina di punti in più delle tornate precedenti, abbia infiammato lo scontro imprevisto per il governatorato, all’ultimo voto e ancora irrisolto. Nel Kansas una partecipazione democratica più alta di quella del 2016 può aver aiutato la vittoria a sorpresa di una governatora Dem. E magari in Texas sono stati i democratici che hanno votato in numeri quasi eguali al 2016, e fatto salire il turnout generale di una quindicina di punti rispetto al passato (fino al 46%), a flippare due seggi della Camera a loro favore e a portare il loro candidato al Senato, Beto O’Rourke, a meno di tre punti dal repubblicano Ted Cruz – abituato a vincere con ben altri margini.

Il balzo di partecipazione dei democratici è dovuto, con tutta probabilità, al fatto che i gruppi sociali e di opinione che fanno parte delle loro tradizionali constituencies quest’anno si sono mobilitati di più e li hanno votati con maggiore entusiasmo, cioè con percentuali maggiori. Non è una intuizione particolarmente penetrante, ne convengo, ma così sembra proprio essere. Gli exit polls suggeriscono che questo abbiano fatto, rispetto al 2014, le donne, i giovani sotto i trent’anni, i Latinos, i cittadini più istruiti e quelli con minor reddito, i liberals, i residenti urbani e anche quelli suburbani (e quest’ultima è una relativa novità, i suburbs sono diventati terreno di contesa alla pari con i repubblicani). E tuttavia è noto che gli exit polls siano da prendere con le pinze. E’ quello che abbiamo per il momento – aspettando dati più affidabili.

Categories: Elezioni, partecipazione

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