Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La democrazia in America di Kurt Vonnegut – e, più modestamente, la mia

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Il video clip è qui. E’ il 13 settembre 2005. Un affaticato Kurt Vonnegut è ospite del Daily Show di Jon Stewart per promuovere il suo libro A Man Without a Country (tradotto l’anno dopo per minimum fax come Un uomo senza patria). Sono passati un paio d’anni dall’inizio della guerra americana in Iraq e l’ultraottantenne scrittore (1922-2007) dice la sua contro la guerra stessa e la retorica dell’esportazione della democrazia che l’ha accompagnata.

Trascrivo così quello che dice:

“I have wanted to give Iraq a lesson in democracy – because we’re experienced with it, you know. And, in democracy, after a hundred years, you have to let your slaves go. And, after a hundred and fifty years, you have to let your women vote. And, at the beginning of democracy, quite a bit of genocide and ethnic cleansing is quite okay. And that’s what’s going on now.”

E traduco più o meno così:

“Volevo dare all’Iraq una lezione di democrazia – perché noi abbiamo un sacco di esperienza con la democrazia. E in dem0crazia dopo cento anni devi liberare gli schiavi. E dopo centocinquanta anni devi consentire alle donne di votare. E, all’inizio della democrazia, un bel po’ di genocidio e di pulizia etnica è quello che ci vuole. E questo è ciò che sta succedendo ora.”

Vonnegut fa del sarcasmo, è bravo a farlo, è la sua cifra intellettuale. Se provo a interpretarlo, a mio rischio e pericolo, mi sembra che riecheggi l’idea presentista radical che la democrazia americana sia sempre falsa a se stessa, sempre inadeguata, riluttante, sempre in ritardo nelle sue timide aperture, con una storia particolarmente malmostosa e, diciamolo pure, criminale. Un’idea speculare a quella di certo trionfalismo nazionalista eccezionalista (l’America come paese “nato libero”) e quindi eccezionalista essa stessa.

Vonnegut è incisivo e provocatorio. E così approfitto delle sue parole, e certo delle sue date e scansioni temporali (che sono ovviamente quelle giuste, presenti in tutti i manuali di storia), per provocare una riflessione su un’idea un po’ diversa della democrazia americana. Un’idea che a me sembra più complessa, più realistica e più densa di senso storico. Anche se, a giudicare dalle reazioni di molti interlocutori, è più difficile da far passare sia in un’aula universitaria sia, tanto più, credo, nella pubblica piazza.

La democrazia di cui cerco di parlare io non nasce, due secoli fa come fosse oggi, idealmente perfetta ma tenuta prigioniera da esseri umani malvagi che ne limitano l’estensione e ne negano i benefici ad altri per i propri interessi – per gli interessi di proprietari maschi bianchi Wasp razzisti contro quelli di proletari donne immigrati e persone di colore libere o schiave che siano. Non è così che vanno le cose anche se, secondo un senso comune che percepisco solido benché non sempre consapevole, sembra che così debbano essere andate.

Cerco piuttosto di narrare una democrazia che non nasce come tale nel tardo Settecento, quando è piuttosto repubblica, altra cosa, l’autogoverno dei proprietari. E che si modifica e si inventa con difficoltà nel tempo, sviluppando nuove istituzioni o snaturando le vecchie, costruendo nuovi diritti (che prima non esistevano) e accettando l’incastro di nuove inclusioni (che prima erano semplicemente inconcepibili) – attraverso conflitti economici, sociali, culturali e politici di lungo periodo, spesso drammatici, talvolta traumatici.

La storia della democrazia americana è la storia degli americani che litigano, in modi civili, incivili o sanguinosi, su che cosa sia democrazia.

Per esempio. Che il diritto di voto sia di tutti e di tutte, non sta scritto in natura o da sempre nella testa delle persone. Non è neanche, di per sé, il frutto dell’abbattimento di iniqui divieti di censo, di nazionalità o di sesso: questa è la parte finale (e più facile) della faccenda. Implica ben altro: la crisi delle deferenze di classe, di status e di genere, la crisi del patriarcato e dell’unità politica della famiglia, l’indipendenza psicologica e l’eguaglianza sociale delle donne, insomma la lenta penetrazione imperfetta ma corrosiva dell’individualismo nelle relazioni della vita. Solo così si ha “una testa, un voto”.

Per questo ci vuole tempo, mezzo secolo per il suffragio universale maschile e, come ricorda Vonnegut, un secolo e mezzo per il suffragio universale femminile. Ci vuole tempo perché si tratta di processi secolari difficili e spesso penosi (che ancora oggi mica si sono davvero conclusi), e perché il voto ha avuto a suo tempo un significato bollente di rottura e di sfida sociale (che si è smarrito nel tiepido clima di oggi). In tutto questo, naturalmente, la democrazia americana è tutt’altro che lenta e riluttante, è invece alla pari e spesso all’avanguardia rispetto alle democrazie comparabili.

La storia comparata è utile anche a chi non la pratica come disciplina specifica, aiuta a mettere le cose nel loro giusto contesto, a discutere sulla base delle opzioni esistenti e non di quelle ideali. I processi di trasformazione che hanno dato origine alla democrazia in America sono stati lunghi e penosi tanto quanto (per alcuni un po’ di più, per altri un po’ di meno) quelli dei principali paesi europei, e per le stesse ragioni sociali, culturali, politiche. Ragioni che in Europa, nello stesso lasso di tempo, hanno plasmato rivoluzioni e violente reazioni, riforme e restaurazioni, fascismi e guerre, imperialismi e colonialismi.

E qui vengo ai genocidi, alle pulizie etniche e alla schiavitù che, in chiave comparata, fanno ovviamente parte delle esperienze dell’intero mondo transatlantico, di europei e americani e, per ciò che riguarda la schiavitù, in quanto schiavi e in quanto schiavisti, degli africani. Con una differenza cruciale fra europei e statunitensi. E cioè che i primi le hanno vissute e praticate in luoghi esotici e lontani, fuori di casa, facendo poi finta di dimenticarsene. Mentre i secondi le hanno incise nel corpo della loro storia nazionale, in casa loro, cercando disperatamente di dimenticarsene ma nell’impossibilità di riuscirci.

Tutti gli europei trapiantati nelle Americhe, tutti gli immigrati, compresi i nostri antenati in senso proprio e non solo figurato, hanno ucciso indiani finché ce n’è stato bisogno, fino agli sgoccioli dell’Ottocento. E hanno goduto dei frutti della schiavitù, fin quando è stato possibile. Dopodiché gli Stati Uniti hanno abolito la schiavitù nel cuore del mezzo secolo in cui ciò è avvenuto ovunque nel continente (ma non in Africa, per dire) – nel cuore del periodo in cui è giunta a maturazione la grande invenzione storica della modernità occidentale, e cioè il movimento abolizionista, il rifiuto di principio della schiavitù.

A differenza di altrove, negli Stati Uniti l’abolizione è costata una sanguinosa guerra civile. Come altrove nelle Americhe, e forse più che altrove, è poi costata decenni di divisioni regionali, e soprattutto di emarginazioni e segregazioni razziali e di razzismo con conseguenze sociali che ancora non si sono dissolte, malgrado i cambiamenti degli anni 1960s. Ecco, a ben vedere, Vonnegut avrebbe potuto aggiungere nella sua sarcastica invettiva: quanto ci vuole perché una democrazia riconosca davvero i diritti civili e politici dei suoi ex schiavi? Un altro secolo tondo tondo, dopo la loro emancipazione.

Naturalmente per sostenere che ciò costituisca una peculiarità americana, in particolare sul piano, come dire, morale e criminale, bisognerebbe rimuovere le pulsioni razziste e le tensioni e segregazioni razziali che sono emerse nelle democrazie europee a seguito delle più recenti grandi migrazioni, quando le popolazioni ex colonizzate hanno cessato di essere ombre lontane e si sono materializzate nelle vecchie città imperiali. Come direbbe Malcolm X, chickens coming home to roost? Ma conviene non farla questa rimozione, e includere tutto ciò nella dolorosa complessità e lunga durata delle trasformazioni dentro cui abbiamo vissuto e viviamo tutti.

Che se poi uno fosse come Kurt Vonnegut (che riposi in pace) un critico appassionato delle politiche di esportazione della democrazia, chiunque le proclami, troverebbe in questo tipo di analisi un sostegno alle sue posizioni ben più solido e denso del sottile presentismo radical. Come si può pensare infatti di fare attecchire in casa d’altri, out of the blue, un sistema sociale e istituzionale che ha richiesto due secoli per assumere le imperfette forme che conosciamo e che comunque, anche là dove ha radici storiche profonde, sembra vivere in uno stato permanente di fragilità e crisi?

Non si può, è ovvio. Solo l’abbacinata mente utopica di un rivoluzionario può pensarci.

 

Categories: Americanismo

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