Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

L’elezione di Trump e i cicli storici della “nazione di immigrati”

c8d231d6-9d95-4ae7-9f73-dd27d8f79264Quando la composizione etnico-razziale della popolazione e quindi dell’elettorato, di “we the people” in senso politico, si modifica in modo vistoso per quantità e qualità, gli Stati Uniti attraversano periodi di crisi, reazione e riassestamento, periodi lunghi e con tutte le pene del caso. Mica son cose che si risolvono con la bacchetta magica della buona volontà e dei buoni sentimenti: ci sono di mezzo gli stili di vita, le culture sociali e politiche, le strutture di potere reali e simboliche nell’economia e nel mercato del lavoro, nelle comunità e nella sfera pubblica, nel governo. Mica son cose che si aggiustano in un giorno – in nessun paese del mondo, neanche nel paese che si auto-definisce la “nazione di immigrati” per eccellenza. (E per definirsi così, in questa come in altre nazioni simili, le varie generazioni di immigrati hanno fatto ciò che era necessario: hanno fatto piazza pulita dei nativi e cercato di rimuovere la memoria della deportazione in schiavitù degli africani. Nessun immigrato in questo senso è innocente.)

Credo che l’elezione di Donald Trump, sia pure per il rotto della cuffia e senza un vero mandato in termini di voti popolari, segnali una di queste crisi e reazioni storiche. Tutto punta in questa direzione. C’è l’inedita successione politico-istituzionale in cui la sua vittoria si colloca, dandole un forte significato simbolico: il beniamino dei nazionalisti bianchi Trump è senza precedenti perché suo predecessore, il presidente nero Barack Obama, è senza precedenti. C’è il trend demografico che quella vittoria ha ispirato: i bianchi di origine europea sono in diminuzione da decenni, erano il 90% degli elettori nel 1976, sono diventati il 70% nel 2016, a metà del secolo saranno minoranza; e sono piuttosto spaventati per il loro presente e il loro futuro. C’è quindi la connotazione razziale del suo elettorato: hanno votato per lui in massa i bianchi, soprattutto i maschi bianchi.

Il processo di inclusione nell’elettorato di nuovi soggetti etnico-razziali è iniziato negli anni sessanta del Novecento subito dopo la riapertura delle frontiere all’immigrazione di massa, che sarebbe stata di tipo diverso rispetto al passato: di origine ispano-americana e asiatica, con forti componenti di people of color (la terza ondata migratoria post-1965). Si aggiunga la rivoluzione dei diritti civili che riattivò la partecipazione dei people of color di casa, i neri del Sud non più segregato. (E si aggiunga pure, in qualche modo, l’estensione del diritto di voto ai giovanissimi, ai diciottenni.) Fra le tante conseguenze che tutto ciò ebbe nella polity americana, ci fu l’inizio della reazione culturale e politica di parti importanti delle comunità euro-bianche, una reazione che ebbe dei primi momenti di picco nella vittoria a valanga di Richard Nixon del 1972 e nella nuova maggioranza conservatrice di Ronald Reagan. E’ la reazione che continua ancora oggi e che, appunto, ha espresso la vittoria di Trump.

Non è la prima volta che ci sono crisi e reazioni del genere, nella storia nazionale.

Prendiamo il lungo avvento del suffragio universale maschile nell’Ottocento, che coincise con un lungo periodo di frontiere aperte e con ben due ondate migratorie, la prima degli anni quaranta e cinquanta e la seconda di fine secolo e inizio Novecento. In entrambi i casi gli immigrati erano, come oggi, gente diversa da quella in cui i vecchi americani si riconoscevano. Erano dapprima irlandesi cattolici, e poi europei meridionali e orientali, cattolici italiani e slavi, ebrei. Così diversi che non si era sicuri che fossero davvero bianchi. Fra la prima e la seconda ondata, inoltre, ci fu la fine della schiavitù e sui liberti non c’erano dubbi: bianchi non erano proprio. In nome della tradizione repubblicana del paese, tutti i nuovi arrivati nella vita pubblica acquisirono i diritti politici. In molti stati ce l’avevano anche gli immigrati non ancora cittadini, purché avessero iniziato il percorso di naturalizzazione. Negli stati del Sud sconfitto, dopo la Guerra civile gli ex-schiavi votavano ed erano eletti.

Bene, fu quella una storia lineare di solare progresso? Ma neanche per idea. Nel Sud si manifestò il contraccolpo più violento della vecchia America, una rivoluzione razziale reazionaria che alla fine dell’Ottocento espulse i neri dall’universo elettorale e instaurò un regime segregato lily-white. Ma anche nel resto del paese ci furono movimenti xenofobi e “nativisti”, ci furono richieste popolari di restringere l’immigrazione, di imporre test di alfabetismo, di limitare il suffragio universale. La logica invocata era chiara: impedire alla marmaglia aliena, ignorante, illetterata e dalla pelle scura (e dagli istinti sovversivi) di mettere in pericolo le istituzioni americane e di portar via il lavoro e il potere politico ai buoni cittadini di una volta. I risultati ottenuti furono meno netti, più frastagliati rispetto a quelli anti-neri del Sud. Si riuscì a togliere il voto agli immigrati non naturalizzati. Si riuscì a escludere dalla cittadinanza le minoranze asiatiche. Alla fine, negli anni venti del Novecento, si riuscì a interrompere il flusso migratorio.

Prima di avvicinarsi a qualcosa che assomigliasse al provvisorio sogno del melting pot, o della salad bowl, ce ne volle. Direi che ci volle un altro mezzo secolo, e non un mezzo secolo qualunque.

A smussare gli angoli delle tensioni migratorie nel lungo Ottocento aiutò l’abbondanza di spazio, cioè l’espansione territoriale, e l’abbondanza di occasioni economiche, cioè la seconda rivoluzione industriale. Nel cuore del Novecento, la storia ebbe aspetti diversi. La naturalizzazione degli immigrati della seconda ondata, gli italiani, slavi, ebrei e altri europei di cui si è detto sopra, e l’arrivo in scena dei loro figli diventati adulti fra le due guerre, creò in effetti un nuovo elettorato – in concomitanza, fra l’altro, con il suo raddoppio dovuto al suffragio femminile. In questo caso le resistenze sociali e politiche, che pure ci furono, vennero temperate dalla rapida successione di eventi straordinari: il blocco dell’immigrazione e la caduta dell’affluenza alle urne negli anni venti, la Grande depressione e la sindacalizzazione di massa, le riforme sociali del New Deal e la guerra, l’ascesa del paese a potenza mondiale, il dopo-guerra della Guerra fredda, del boom economico e dell’abbondanza dei consumi.

Insomma fu il liberal state generoso (maternalista) e imperiale, e con frontiere piuttosto chiuse, a consentire il riassestamento dei nuovi a vecchi americani in un regime di convivenza, di comune cittadinanza sociale. Gli hyphenated Americans impararono a conoscersi e a parlarsi come operai nelle lotte di fabbrica e nei sindacati, come clienti protetti nella sicurezza sociale, come soldati nelle forze armate, come studenti nei programmi per ex-combattenti finanziati dal G.I. Bill e poi nell’università di massa, come leali patrioti nella propaganda anti-comunista, come consumatori nella società opulenta. Impararono anche a vedersi tutti (più o meno) come bianchi, qualunque fosse la loro origine etnica europea, per quanto sospetta essa fosse stata una generazione prima. In effetti ci fu chi restò non-bianco e ne pagò il prezzo: i giapponesi-americani durante la guerra, gli ebrei con qualche ambiguità, gli afro-americani sempre e con nessuna ambiguità.

Le cose sembravano andare così bene che si decise di riaprire e poi di spalancare le porte all’immigrazione. E iniziò un nuovo ciclo storico che ha ormai raggiunto dimensioni semi-secolari. Crisi e reazione sono evidenti – per il riassestamento si vedrà, come e quando ci sarà. Senza avventurarsi in speculazioni o analogie storiche. Il fenomeno Trump può indicare una direzione o essere solo un episodio. Ma le stesse cose, episodio o segno dei tempi a venire, si possono dire anche del fenomeno Obama.

Categories: Immigrazione

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