Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Quattro luglio di lotta e di governo

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 [Questo articolo appare contestualmente sul sito rivistailmulino.it]

Il Quattro di luglio americano – Independence Day – non è solo la festa dell’indipendenza. È anche la festa della Dichiarazione di indipendenza, del documento che l’annuncia e la giustifica in nome di alcuni grandi principi, l’eguaglianza di tutti gli uomini, i diritti inalienabili alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, il governo basato sul consenso dei governati. Storicamente, per più di un secolo, è quindi stata una festa più controversa e politicamente frizzante di quanto oggi possa sembrare. Perché quei principi e quei diritti si sono spesso rivelati promesse non mantenute – e rumorosamente rivendicate dagli esclusi.

Nei primissimi anni della celebrazione, quando la guerra rivoluzionaria era ancora in corso, l’indipendenza proclamata doveva essere conquistata sul campo e quindi era il tema centrale. Il dì di festa era anche un’occasione per intimidire i contro-rivoluzionari lealisti, che erano rimasti leali alla vecchia patria imperiale e rifiutavano la nuova appena inventata dai patrioti. A Filadelfia, per esempio, grazie all’entusiasmo patriottico, raramente i vetri delle finestre non illuminate a dovere (tipiche dei traditori lealisti) superavano indenni la nottata. Ma per come vanno le rivoluzioni, ai lealisti poteva andare assai peggio.

A indipendenza acquisita, la sua rilevanza passò in secondo piano. All’inizio dell’Ottocento non era più una issue così bruciante, e poi lentamente svanì. Come disse più tardi Mark Twain in una delle sue ironiche orazioni del Quattro di luglio (ormai un genere letterario codificato): «Bene, avete ascoltato la Dichiarazione con il suo maestoso finale, che è degno di vivere per sempre, che è stato scagliato addosso alle ossa di un monarca fossile, il vecchio re Giorgio III, morto tutti questi anni, e che gli sarà scagliato addosso annualmente finché questa repubblica vivrà». Il passato era passato, amen.

In primo piano vennero invece altre questioni.

Dapprima ci fu quella della forma di governo e il conseguente conflitto fra i partiti. La nuova Costituzione del 1787 non piaceva a tutti: piaceva ai federalisti che l’avevano scritta ma non agli anti-federalisti, e la lotta per la ratifica fu assai complicata. Il comune patriottismo fu messo a dura prova. Soprattutto nello Stato di New York, dove nella capitale Albany, il 4 luglio 1788 i festeggiamenti, che erano iniziati con le due fazioni unite, finirono poi a botte. Ci furono copie della Costituzione bruciate, una battaglia di strada, l’intervento della milizia, parecchi feriti e ci scappò anche il morto.

Dopodiché federalisti e anti-federalisti e poi federalisti e democratico-repubblicani tennero feste separate. Era un paradosso celebrare divisi la comune cittadinanza, ma così va spesso il mondo, e così andò la cosa per decenni, almeno nelle città. Della Dichiarazione si appropriarono i democratico-repubblicani jeffersoniani, che ne fecero il loro sacro testo per scopi di parte – il sacro testo del repubblicanesimo radicale di origine rivoluzionaria contrapposto alla Costituzione come testo della restaurazione termidoriana (nel frattempo c’era stata la Rivoluzione francese).

Poi fu la volta della questione dei diritti.

Per esempio: come conciliare le implicazioni egualitarie del Quattro di luglio con la schiavitù e poi la segregazione razziale? Per molti non era un problema. Agli schiavi era vietato partecipare. I neri liberi avevano feste separate, anche per orgoglio, anche per sicurezza; poteva succedere, infatti, che le feste mainstream si concludessero con folle bianche avvinazzate che davano la caccia al nero. E tuttavia per gli abolizionisti e anti-razzisti bianchi e neri le festività pubbliche erano importanti occasioni per dire la loro, per denunciare l’ipocrisia del Paese che violava così spudoratamente gli altisonanti principi su cui era nato.

E così accadde per tutto l’Ottocento: il glorioso Quattro luglio divenne un terreno di conflitto politico.

I movimenti di protesta che chiedevano l’estensione dei diritti di eguaglianza (dei neri appunto, dei lavoratori, delle donne) usarono quel giorno per dare risonanza alle loro rivendicazioni, per diffondere i loro documenti (spesso scritti ricalcando il modello retorico della Dichiarazione di indipendenza), talvolta per interrompere le cerimonie ufficiali con incursioni militanti. Dicevano alto e forte che loro erano i veri patrioti, i veri eredi dello spirito del 1776. L’ultimo esempio di questo tipo fu il programma del People’s Party, quello che aprì la strada al moderno riformismo sociale. Fu pubblicato con gran fanfara patriottica il 4 luglio 1892.

Poi venne il Novecento.

Con il nuovo secolo il carattere conflittuale di Independence Day è sembrato dissolversi nell’aria. Un tentativo di reintrodurlo fu fatto nel 1976, per il bicentenario. Una People’s Bicentennial Commission cercò di raccogliere gli umori della New Left per criticare i festeggiamenti ufficiali e farne di alternativi. La commissione, guidata dal trentenne Jeremy Rifkin, propose di aggiornare le tradizioni rivoluzionarie del Paese, di mettere all’ordine del giorno le diseguaglianze economiche, di estendere il senso della Dichiarazione di indipendenza, di approvare una Declaration of Economic Independence in cui il tiranno di cui liberarsi non era Giorgio III ma le giant corporations.

La sua attività fu denunciata da un sottocomitato del Senato come «un tentativo di rubare il Bicentenario» da parte di un’organizzazione le cui idee «sono più vicine a quelle di Castro e Mao che a quelle dei padri fondatori».

Decisamente, da molti punti di vista, i tempi erano cambiati.

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Categories: Americanismo, Cultura politica

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