Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Che cosa diavolo è una brokered convention (per Donald Trump)

broker-1024x768Se vuoi assicurarti la nomination presidenziale del tuo partito, ti conviene arrivare al congresso nazionale con la maggioranza assoluta dei delegati già impegnata a tuo favore. E’ ciò che accade di solito, ai nostri tempi, e che con tutta probabilità accadrà anche quest’anno in entrambi i partiti. Nel caso del partito repubblicano, tuttavia, non è certo che il candidato ora in testa alla corsa, Donald Trump, sia in grado di garantirsi questa conclusione, che vuol dire 1.237 delegati su 2.472. E c’è un’ala del partito che si sta esplicitamente impegnando per impedirglielo. (Fra i democratici, Hillary Clinton sembra più tranquilla.)

Se non c’è un nome che ottiene la maggioranza assoluta al primo scrutinio, a decidere è il congresso in piena sovranità. Si ha allora una contested convention ovvero una brokered convention, cioè un congresso diviso e negoziato o mediato tramite le trattative del caso fra i leader di partito e i candidati che abbiano accumulato delegati. Ci può essere un pregiudizio a favore del primo arrivato, ma non è detto. Se hai conquistato solo una plurality dei delegati, vuol dire che non hai sfondato, che la majority è andata alla somma dei tuoi concorrenti. E questo magari non è un buon segno.

I casi storici sono i più vari, soprattutto nella lunga fase secolare che ha preceduto l’avvento massiccio delle elezioni primarie, quando i congressi mediati erano la regola. Per dire, alcuni esempi in campo democratico. Nel 1932 Franklin D. Roosevelt arrivò al congresso con una plurality di delegati, e alla quarta votazione ebbe la conferma, la majority e l’investitura. Nel 1924 invece nessuno dei candidati che presero più voti nello scrutinio iniziale riuscì nell’impresa, e la nomination andò a un signore di nome John W. Davis; di scrutini ce ne vollero ben 103, una specie di record. Come si sa, Roosevelt poi fu eletto presidente e Davis invece no.

Dacché, nell’ultimo mezzo secolo, la scelta avviene quasi tutta con le elezioni primarie, quindi coinvolgendo direttamente gli elettori, le brokered conventions sono scomparse. In un paio di occasioni, nel 1976 per i repubblicani e nel 1984 per i democratici, i rispettivi front runners Gerald Ford e Walter Mondale si presentarono ai loro congressi con qualche delegato in meno della maggioranza assoluta, ma la cosa fu aggiustata subito ed ebbero entrambi la nomination al primo scrutinio. Come si sa, entrambi poi persero le elezioni generali. Dopo di allora tutto è filato liscio, fino a oggi.

Ora c’è questo appello di un gruppo di conservatori repubblicani anti-Trump che, per chiedere una brokered convention che neghi la candidatura a The Donald benché sia il front runner, evoca addirittura il caso storico di Abraham Lincoln. Colui che è considerato il padre fondatore del partito arrivò alla convenzione di Chicago del 1860 parecchio distante dal favorito, il senatore di New York William H. Seward, che aveva con sé la maggioranza relativa dei delegati. La maggioranza assoluta la conquistò invece Lincoln, ma solo alla terza votazione, e dopo una serie di manovre assembleari e accordi di corridoio.

“Se questa procedura va bene per Lincoln”, conclude l’appello, “dovrebbe andar bene per tutti i candidati senza che ci siano minacce di violenza”. Un’altra conclusione potrebbe essere questa. Nel 1860, sia lo sconfitto Seward che un altro politician che portò i suoi delegati a confluire su Lincoln, il senatore della Pennsylvania Simon Cameron, entrarono poi a far parte del gabinetto del nuovo presidente eletto. In ministeri importanti: il primo come segretario di Stato, il secondo come segretario alla Guerra. Qualunque siano i pasticci che fai in congresso, certi debiti devi pagarli se vuoi mantenere l’unità del partito.

Categories: campagna elettorale, Electoral process

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