Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Storia infida: i democratici ripudiano Jefferson e Jackson?

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Non è stata solo l’estate della rimozione della bandiera di combattimento confederata da alcune piazze o edifici pubblici del Sud. Non è stata solo l’estate delle discussioni sulla opportunità delle statue che nelle piazze meridionali onorano il presidente confederato Jefferson Davis o il generale Robert E. Lee (o il generale Nathan Bedford Forrest, fondatore del Ku Klux Klan). Non è stata solo l’estate del pentimento sudista per un passato regionale che stenta a passare.

La storia e la politica revisionista hanno colpito ben più in alto, fra i simboli nazionali, fra i padri della patria: niente meno che la figura di Thomas Jefferson, l’autore riverito della Dichiarazione d’indipendenza, di «tutti gli uomini sono creati uguali», del diritto alla ricerca della felicità. Hanno colpito la figura di Jefferson – in buona compagnia con quella di Andrew Jackson, il promotore della democrazia repubblicana dell’«uomo comune».

Jefferson e Jackson sono considerati i fondatori del partito democratico. E per decenni, per un secolo, i democratici li hanno celebrati in molti modi, compreso gli annuali Jefferson-Jackson Dinner che, nei vari Stati, sono occasione di ritrovo dei dirigenti del partito e dei loro finanziatori. Negli anni elettorali, poi, cioè quasi tutti gli anni, le cene sono eventi d’obbligo per i candidati e gli aspiranti tali – che vanno a farsi conoscere, a socializzare e a fare un po’ di fundraising.

Ma la storia e la politica revisionista, quando decidono di colpire, possono essere spietate. Insomma, anche Jefferson, come i dirigenti del Sud secessionista, era uno schiavista, in effetti un grande proprietario di schiavi della Virginia. E anche Jackson lo era, nella sua piantagione in Tennessee. Inoltre Jackson era un combattente anti-indiano, un cacciatore di Creek e Seminole. E da presidente rimosse con la forza decine di migliaia di Cherokee spingendoli a ovest, oltre il Mississippi, lungo un infame «sentiero di lacrime».

Lo si sa da sempre, naturalmente. Ma d’improvviso se ne sono accorte anche le organizzazioni di partito che hanno cominciato a toglierne i nomi dalle loro cene ufficiali. E’ successo in Iowa, dove l’evento segnerà l’inizio della stagione delle primarie. E’ successo in Georgia, Connecticut, Missouri. Se ne discute altrove. In Missouri il JJ, come lo chiamano gli addetti ai lavori, è ora il Truman Dinner. In Mississippi si chiama Jefferson-Jackson-Hamer Dinner, un mix curioso fra vecchi schiavisti e la leader nera del civil rights movement Fannie Lou Hamer.

I nomi di Jefferson e Jackson sono diventati imbarazzanti per ovvii motivi, in un partito che si presenta sempre più come portavoce delle minoranze etniche e razziali, e che ha nell’elettorato afro-americano una delle sue più solide basi. Un partito che vuole sottolineare la sua adesione a valori contemporanei di eguaglianza, diversità e inclusione – rispetto alle, diciamo così, complessità della sua storia. E lo fa con una rottura simbolica che, per molti, è comunque penosa. Un ripudio? Dice un party leader: «non possiamo restare legati a una storia che umilia alcuni dei nostri concittadini».

C’è un paradosso in tutte queste faccende di memorie e rimozioni, un paradosso piuttosto bizzarro. Nel Sud, a dover fare public repentance per la bandiera confederata e le statue dei generali traditori, sono i dirigenti statali attuali – che sono tutti repubblicani. Che sarebbero gli eredi del partito di Lincoln, il grande emancipatore (e infatti tengono i loro annuali Lincoln Dinner); e che oggi sono il partito dei bianchi. Mentre i generali traditori erano tutti democratici, eredi di Jefferson e Jackson, del partito che è oggi di Obama.

Come cambia il mondo. D’altra parte, come dimenticare che negli anni 1930s Jefferson, insieme a Lincoln e a Washington, formava la trinità di rivoluzionari che il partito comunista americano rivendicava come propri? Li rivendicava come parte della propria tradizione rivoluzionaria. Jefferson in particolare era salutato come il progenitore di coloro che si battono «contro la tirannia del big business con lo spirito rivoluzionario e l’audacia con cui egli si batté contro i tories del suo tempo».

Già, a proposito, e George Washington? Il vecchio George era anch’egli uno schiavista della Virginia. Che tuttavia liberò i suoi schiavi al momento della morte. Basterà questo a impedire che venga messo in discussione il nome della capitale degli Stati Uniti?

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