Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

George McGovern (1922-2012) e le elezioni del 1972

Il nome di George McGovern (1922 – 21 Ottobre 2012) è legato alle elezioni presidenziali del 1972 – a una grande campagna ideale, e a una sconfitta storica del partito democratico.

Il senatore del South Dakota, un progressista midwestern onesto e idealista attento ai nuovi fermenti sociali, un outsider ma buon conoscitore del partito, tentò allora una operazione difficile: fondere in una grande coalizione elettorale la vecchia sinistra liberal e sindacale, erede del New Deal, con la nuova sinistra figlia degli anni sessanta. E fallì, travolto dalla seconda vittoria di Richard Nixon. Il suo fallimento segnò la fine di un’epoca per il partito democratico, l’inizio di un’epoca per il partito repubblicano, e una nuova epoca nella politica americana.

Dopo la prima vittoria di Nixon, nel 1968, i democratici avevano cercato la rivincita con una audace autoriforma. I dirigenti nazionali si proponevano di incorporare nel partito i movimenti per i diritti civili, afroamericani, studenteschi, pacifisti, e i nascenti movimenti ambientalisti, femministi e gay & lesbian, che costituivano interessanti serbatoi elettorali e progettuali ma che erano guardati con sospetto o ostilità dagli apparati del partito. Per superare questa ostilità, moltiplicarono a livello presidenziale le elezioni primarie dirette, con un sistema di quote che garantiva la rappresentanza nella Convention nazionale di donne e uomini, bianchi e neri, altre minoranze – e che favoriva l’emergere di candidati non di apparato.

Di queste riforme McGovern fu l’architetto, tramite la McGovern-Fraser Commission, e il principale beneficiario. Vinse le primarie con una campagna grassroots animata da migliaia di volontari entusiasti, e si presentò alle elezioni generali con un programma radicale: ritiro immediato dal Vietnam, amnistia per i retinenti alla leva, tagli al bilancio della difesa, riforme sociali, reddito minimo garantito. Troppo radicale, con tutta evidenza. McGovern fu ridicolizzato da Nixon come l’uomo della sinistra hippy e anti-patriottica, e questo c’era da aspettarselo da Tricky Dicky. Ma soprattutto fu disertato dagli elettori moderati e più tradizionalisti, dai sindacati AFL-CIO (un fatto senza precedenti), e dai lavoratori bianchi.

Fu una performance disastrosa, anche dal punto di vista manageriale e comunicativo (McGovern ha più tardi riconosciuto questi errori, diciamo così, tattici). Nixon vinse a valanga con il 61% dei voti, contro il 38% dello sfidante. E vinse a tappeto nel Collegio Elettorale, in tutto il paese, nel profondo sud, nelle città, nei quartieri operai etnici e cattolici che erano storicamente lo zoccolo duro dei democratici. A McGovern rimasero fedeli i neri e i poveri. Perché il partito ritornasse davvero competitivo ci vollero gli anni ottanta, il rafforzamento dei gruppi centristi post-liberal e New Democrat e infine, nel 1992, il loro uomo Bill Clinton – che, giovanissimo, di McGovern era stato uno dei volontari. E questo è, più o meno, il partito democratico che conosciamo oggi.

Per arrivare a questo risultato, il partito rafforzò il suo controllo sulle primarie. Temeva esplicitamente una ripetizione del 1972, cioè un candidato progressista scelto dai militanti e rifiutato dall’elettorato generale. Le più importanti primarie presidenziali, ormai numerosissime grazie proprio alle riforme di McGovern (si tenevano in una quindicina di stati negli anni sessanta, in 32 stati nel 1980), furono concentrate in pochi giorni decisivi, i cosiddetti “supermartedì”. Per giocare in più gare contemporanee, i concorrenti dovevano avere grandi risorse, macchine personali estese, e la benevola neutralità del partito. I concorrenti più radicali o senza soldi erano di fatto emarginati. E queste sono, più o meno, le primarie come le conosciamo oggi.

Il 1972 fu anche l’ultimo hurrah di Nixon, e il preludio della sua rovina: due anni dopo fu costretto alle dimissioni dalla lunga agonia dello scandalo Watergate. La sua rovina personale trascinò a fondo ciò che restava del vecchio partito repubblicano, moderato e pragmatico. E aprì la strada a novità più conservatrici, aggressive e ideologizzate. I nuovi conservatori si organizzarono dentro e fuori l’apparato, stabilirono rapporti organici con i movimenti di destra a base culturale e religiosa, consolidarono il loro appeal nell’elettorato popolare bianco, e riplasmarono il partito – portandolo alla vittoria di Ronald Reagan nel 1980. E questo è, più o meno, il partito repubblicano che conosciamo oggi.

Bill Clinton spiega la strategia a McGovern, autunno 1972

Categories: Elezioni, partiti

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